“Il giardino dei Finzi-Contini”

Quando la larghezza dei viali e dei sentieri lo consentiva, pedalavamo appaiati. Spesso io guidavo con una mano sola, tenendo l’altra appoggiata al manubrio della sua bicicletta. Nel mentre parlavamo: di alberi, soprattutto, almeno da principio.
In materia non sapevo nulla, o quasi, e la cosa non finiva mai di meravigliare Micòl. Mi guardava come se fossi un mostro.
“Possibile che tu sia così ignorante?”, esclamava. “L’avrai pure studiata, al liceo, un po’ di botanica!”
“Sentiamo”, chiedeva poi, già preparandosi a inarcare le sopracciglia dinanzi a qualche nuova enormità. “Potrei sapere, per favore, che specie di albero Lei pensa che sia, quello laggiù?”
Poteva riferirsi a tutto: a onesti olmi e tigli nostrani, come a rarissime piante esotiche, africane, asiatiche, americane, che soltanto uno specialista sarebbe stato capace di identificare: giacché c’era di tutto, al Barchetto del Duca, proprio di tutto. Io, comunque, rispondevo sempre a vanvera: un po’ perché non sapevo sul serio distinguere un olmo da un tiglio, e un po’, anche, perché m’ero accorto che niente le faceva tanto piacere come sentirmi sbagliare.
Le sembrava assurdo, a lei, che esistesse al mondo uno come me, il quale non nutrisse per gli alberi, “i grandi, i quieti, i forti, i pensierosi”, gli stessi suoi sentimenti di appassionata ammirazione. Come facevo a non capire? Come tiravo avanti a vivere, senza sentire? C’era in fondo alla radura del tennis, per esempio, ad ovest rispetto al campo, un gruppo di sette esili, altissime Washingtoniae graciles, o palme del deserto, isolate nei confronti della retrostante vegetazione (scuri alberi di grosso fusto, da foresta europea: querce, lecci, platani, ippocastani), e con attorno, anzi, un bel tratto di prato. Ebbene, ogni qualvolta, in bicicletta, passavamo dalle loro parti, Micòl aveva per il gruppo solitario delle Washingtoniae sempre nuove parole di tenerezza.
“Ecco là i miei sette vecchioni”, poteva dire. “Guarda che barbe venerande, hanno!”
Sul serio – insisteva -: non parevano, anche a me, sette eremiti della Tebaide, asciugati dal sole e dai digiuni? Quanta eleganza, quanta “santità”, in quei loro tronchi bruni, secchi, curvi, scagliosi! Parevano altrettanti San Giovanni Battista, veramente, nutriti solo di locuste.

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi Contini

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