“Segui il tuo destino”
Segui il tuo destino, / annaffia le tue piante, / ama le tue rose. / Il resto è l’ombra di alberi estranei. // La realtà / sempre è di più o di meno / di quello che vogliamo. / Solo noi siamo sempre / uguali a noi stessi. // Dolce è vivere solo. / Grande e nobile è sempre / semplicemente vivere. / Lascia il dolore sulle are / come ex voto agli dei. // Guarda da lontano la vita, / senza mai interrogarla. / Essa niente può dirti. / La risposta sta al di là degli dei. // Ma serenamente / imita l’Olimpo / dentro il tuo cuore. / Gli dèi sono dèi / perché non si pensano.
Ricardo Reis (Fernando Pessoa), Segui il tuo destino
“C’è un altro cielo”
C’è un altro cielo, / sempre sereno e bello, / e c’è un’altra luce del sole, / sebbene sia buio là; / non badare alle foreste disseccate, Austin, / non badare ai campi silenziosi / qui è la piccola foresta / la cui foglia è sempre verde / qui è un giardino più luminoso / dove il gelo non è mai stato, / tra i suoi fiori mai appassiti / odo la luminosa ape ronzare, / ti prego, fratello mio, / vieni nel mio giardino!
Emily Dickinson
“E non pensare che d’inverno…”
E non pensare che d’inverno il giardino perda il suo incanto. / Sembra addormentato, ma lì sotto le radici sono in tumulto.
Gialal al-Din Rumi
“Sartoris”
Intorno alla quercia, al di fuori della funerea scimitarra del viale in discesa, si stendeva, verso la strada, un prato con un bel tappeto interrotto da ciuffi sparsi di giunchiglie, di narcisi e di gladioli. Originariamente il prato era a terrazzi, e i fiori erano un’aiuola ben disegnata sul primo terrazzo. Poi Will Benbow, il padre di Horace e di Narcissa, le aveva spianate. Vi avevano passato l’aratro e l’erpice, e seminato nuovamente l’erba, credendo che l’aiuola fiorita fosse andata distrutta. Invece, la primavera successiva, i bulbi, sparsi avevano germinato di nuovo, e, da allora, ogni anno il prato si picchiettava disordinatamente di boccioli bianchi, gialli e rosa. Qualche ragazzina aveva chiesto, ed ottenuto, di coglierne in primavera, e i bambini dei vicini giocavano tranquillamente tra di essi e sotto ai cedri. In cima al viale, dove esso piegava per ridiscendere, sempre avvolta dall’odore fresco e leggermente aspro dei cedri, c’era la casa di bambola, in miniatura, nella quale Horace e Narcissa abitavano.
William Faulkner, Sartoris
“Bouvard e Pécuchet”
Frugando nella libreria, venne loro tra mano, a trarli d’impaccio, il trattato di Boitard, intitolato L’architetto dei giardini. L’autore distingue i giardini in un’infinità di specie. C’è, in primo luogo, il giardino di gusto nostalgico-romantico, contrassegnato da piante di semprevivo, da rovine, da tombe; e, possibilmente, da una «cappelletta ex voto alla Madonna, eretta nel punto dove l’antico signore è caduto sotto il ferro dell’assassino». Si ottiene il giardino di gusto tragico con roccioni pericolanti, alberi schiantati, capanne semidistrutte da incendi; quello di tipo esotico piantandovi cactus-candelabro del Perú «che suggeriscono nostalgie in chi ha viaggiato ed ha soggiornato a lungo in paesi lontani». Il genere serio deve offrire, come Ermenonville, un tempio: rifugio ideale a chi si pasce di filosofia. Gli obelischi e gli archi di trionfo caratterizzano il genere maestoso; grotte e borraccine, il genere misterioso; un lago, il genere sognatore. Né manca il genere fantastico, di cui un tempo si ammirava il piú bell’esempio in un giardino del Wurtemberg – basti dire che vi incontravi successivamente un cinghiale, un eremita, parecchi sepolcri; e infine una barchetta che, staccandosi da sé da riva, ti portava in un chioschetto arredato a salottino: invitato da un sofà, ti sedevi e getti d’acqua ne sprizzavano inondandoti.
Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet

