“Il libro dell’inquietudine”

Non è nei vasti campi o nei grandi giardini che vedo giungere la primavera. È nei rari alberi di una piccola piazza della città. Lì il verde spicca come un dono ed è allegro come una dolce tristezza.

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine

“Un mattino, sulle tracce dei miei desideri”

Un mattino, sulle tracce dei miei desideri, lasciai casa nostra con un libro e un pezzo di pane nella borsa. Ma prima, com’ero abituato a fare da bambino, corsi dietro la casa nel giardino ancora ombreggiato. Gli abeti piantati da mio padre, che avevo conosciuto giovani e sottili come bastoni, si erano fatti alti e robusti; ai loro piedi giacevano cumuli di aghi di un marrone chiaro e da anni non vi cresceva altro che pervinche. Lì vicino, però, in una piccola aiuola, c’erano i fiori perenni di mia madre, raggianti e allegri, che sempre la domenica raccoglievamo in grandi mazzi. C’era una pianta con grappoli di fiorellini rosso cinabro che chiamavano “monete del papa” e un esile arbusto dai cui rami sottili pendeva una moltitudine di fiori rossi e bianchi, cuoriformi, chiamati “cuori di Maria”, e, ancora, un cespuglio detto “fanciullaccia” . Poco oltre crescevano, non ancora in fiore, gli astri dal lungo gambo, in mezzo strisciavano sul terreno il grasso sempervivum con le sue spine morbide, e la buffa portulaca. Quest’aiuola lunga e stretta era la nostra preferita, il giardino dei nostri sogni: qui crescevano insieme tanti diversi tipi di fiori bizzarri, che noi amavamo e ammiravamo ben più delle rose che fiorivano nelle due aiuole rotonde. Quando il sole splendente illuminava il muro di edera, ogni pianta si mostrava unica nella sua particolare bellezza: i gladioli si innalzavano superbi, carnosi e sgargianti, l’eliotropio blu, come incantato, sembrava sprofondare nel suo profumo intenso, le code di volpe penzolavano arrendevoli, ormai appassite, l’aquilegia invece si ergeva in punta di piedi suonando le sue quadruplici campanelle estive. Intorno alle verghe auree e tra i phlox azzurri ronzavano rumorose le api e sopra la fitta edera correvano qua e là piccoli e frettolosi ragnetti marroni; sopra le violaciocche tremolavano nell’aria farfalle col corpo robusto e le ali sottili come vetro, dal volo veloce e capriccioso, chiamate sfingidi.

Hermann Hesse

“Oltre il giardino”

Quello che di particolarmente bello aveva il giardino era che, in ogni momento, sostando sugli angusti sentieri o tra gli alberi e i cespugli, Chance poteva mettersi a girare senza meta, senza mai sapere se andava avanti o indietro, senza poter stabilire se era in vantaggio o in svantaggio rispetto ai giri già fatti. Tutto quello che contava era muoversi nel proprio tempo, come le piante che crescevano…

Jerzy Kosinski, Oltre il giardino

“Il giardino di famiglia”

[Il giardino di famiglia] (…) è garanzia della conservazione delle memorie, è teatro per sempre valido di un accettato passaggio fra generazioni, è museo di famiglia però non sepolcreto, perché vive la sua vita anche mentre altre vite si interrompono, dà testimonianza di sé anche mentre lo struggimento collegato con dolori e cambiamenti spingerebbe a non vedere nulla…

Antonio Faeti

“Gli alberi hanno foglie”

Gli alberi hanno foglie, e i bimbi tutto il giorno / Ridono in quel continuo andare senza sforzo / A mete nascoste lungo i sentieri d’erba. // Trattengo ancora l’Eden nei muri del giardino. // Non era innocenza perduta, non era innocenza // ma una sottile incallita incostanza capace di fissarsi // su ogni novità cui la mente o i sensi // si volgessero, solo importando il soddisfacimento, e chiusa / la scatola degli attrezzi per quella del prestigiatore. // Sono io stesso adesso il giardiniere, e so, / sebbene libero di lasciare il sentiero e spiccare / maturi dal ramo i frutti gialli e rossi, / che sono responsabile di questo ordine / (il tempo che ci vuole a insegnare ai frutti a crescere, / le cure a mantenere queste aiuole). // Quel po’ d’innaffiare che faccio è un piacere // Lascio che gli uccelli pranzino con mele e pere, / non uso cesoie né rastrello / non lego i rami più pesanti, / tralascio d’estirpare e il tempo libero l’impiego / a oziare sui tappeti erbosi o in riva al lago…

Thom Gunn