Abitudini del glicine

Spero sia ancora vivo, che possa esserlo a lungo, quel despota almeno due volte centenario, florido, incoercibile, il glicine che fuori del mio giardino natale si spande sopra rue des Vignes. La prova della sua vitalità mi è stata fornita l’anno scorso da una vispa e incantevole predatrice con i capelli bianchi… Un vestito nero, una chioma bianca, un’agilità di sessantenne: era saltata in rue des Vignes, deserta come un tempo, fino a raggiungere e ad afferrare un tralcio terminale di glicine, che finì di fiorire a Parigi, sopra il divano letto in cui mi tiene l’artrite. Il fiore a forma di farfalla tratteneva, oltre il profumo, un piccolo imenottero, un bruco di geometra, una coccinella heptapunctata, il tutto proveniente, direttamente e insperatamente, da Saint-Sauveur-en Puisaye.
A dir la verità, quel glicine, in cui scoprivo sul mio tavolino a leggio la fragranza, un colore blu malva, un atteggiamento quasi riconoscibile, mi ricordo che ebbe una cattiva fama lungo lo stretto impero limitato da un muro, difeso da un cancello. Risaliva a parecchio tempo fa, era anteriore al primo matrimonio di Sido, mia madre. La sua folle fioritura di maggio, la sua magra riviviscenza di agosto-settembre profumano i ricordi della mia piu’ tenera età. Si riempiva di tante api quanti erano i fiori, e mormorava come un cimbalo il cui suono si propagasse senza spegnersi, era ogni anno più bello, fino a quando Sido, chinata con curiosità sul fardello dei fiori, fece udire il suo “Ah! Ah!” delle grandi scoperte attese: il glicine cominciava a strappare il cancello. Siccome nell’impero di Sido, non si parlava nemmeno di uccidere un glicine, esso esercitò, esercita ancora la sua forza ponderata. L’ho visto sollevare, brandire in aria, fuori delle pietre e della malta, un imponente metraggio di cancello, torcere le sbarre a imitazione delle proprie flessioni vegetali, e dimostrare una certa preferenza per l’abbraccio serpentino di un tronco e di una sbarra, che finì con l’incrostare l’uno all’altra. Gli capitò di imbattersi nel caprifoglio vicino, l’incantevole caprifoglio dolciastro a fiori rossi. Al principio non parve notarlo, poi lo soffocò lentamente come una serpe soffoca un uccello. A vederlo agire, ho imparato cosa sia la sua potenza micidiale, favorita da una convincente bellezza. Ho imparato come copre, strangola, abbellisce, danneggia sostiene. L’ampelopsis è un bambino in confronto alle spire, legnose, sin dalla loro prima età, del glicine…

Colette, Per un erbario

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All’albeggiare emersi

All’albeggiare emersi. È strano tutto ciò che è accaduto dal giorno in cui mi trovai nell’acqua, l’ultima volta che vidi Yarince. Gli anziani dicevano nel corso della cerimonia che avrei viaggiato verso il Tlalocan, i tiepidi giardini d’oriente, paese del verde e dei fiori accarezzati dalla pioggia tenue, e invece mi sono ritrovata sola per secoli in una dimora di terra e radici, a osservare stupita il disfacimento del mio corpo nell’humus e nella vegetazione. Tanto tempo ad alimentare la memoria vivendo del ricordo delle maracas, del frastuono dei cavalli, delle sommosse, delle lance, dell’angoscia per la sconfitta, di Yarince e delle forti nervature della sua schiena. Erano giorni che udivo i piccoli passi della pioggia, le grandi correnti sotterranee che si avvicinavano alla mia dimora centenaria, si aprivano varchi, e mi attiravano dall’umida porosità del suolo. Sentivo che il mondo era vicino, me ne accorgevo dal colore diverso della terra.
Vidi le radici. Le mani tese che mi chiamavano. E la forza di quell’ordine mi attirò irresistibilmente. Penetrai nell’albero e lo percorsi come una lunga carezza di linfa e di vita, un dischiudersi di petali, un tremito di foglie. Sentii il ruvido involucro, la delicata architettura dei rami, e mi allungai nei meandri vegetali di questa nuova pelle, mi stiracchiai dopo tanto tempo, sciolsi le mie chiome, e mi affacciai verso il cielo azzurro attraversato da nuvole bianche per ascoltare gli uccelli che continuavano a cantare come prima. Cantai anch’io (avrei voluto danzare) e sopra il mio tronco apparvero zagare e, in tutti i miei rami, profumo di arance: mi chiedo se finalmente ho raggiunto le terre tropicali, il giardino dell’abbondanza e del riposo, la gioia pacata e inesauribile riservata a coloro che muoiono sotto il segno di Quiote-Tlacoc, signore delle acque. Perché non è tempo di fioriture, è tempo di frutti. Ma l’albero ha assunto il mio calendario, la mia vita; il ciclo di altri crepuscoli. È tornato a nascere, abitato da sangue di donna.

Gioconda Belli, La donna abitata

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