“Bouvard e Pécuchet”

Frugando nella libreria, venne loro tra mano, a trarli d’impaccio, il trattato di Boitard, intitolato L’architetto dei giardini. L’autore distingue i giardini in un’infinità di specie. C’è, in primo luogo, il giardino di gusto nostalgico-romantico, contrassegnato da piante di semprevivo, da rovine, da tombe; e, possibilmente, da una «cappelletta ex voto alla Madonna, eretta nel punto dove l’antico signore è caduto sotto il ferro dell’assassino». Si ottiene il giardino di gusto tragico con roccioni pericolanti, alberi schiantati, capanne semidistrutte da incendi; quello di tipo esotico piantandovi cactus-candelabro del Perú «che suggeriscono nostalgie in chi ha viaggiato ed ha soggiornato a lungo in paesi lontani». Il genere serio deve offrire, come Ermenonville, un tempio: rifugio ideale a chi si pasce di filosofia. Gli obelischi e gli archi di trionfo caratterizzano il genere maestoso; grotte e borraccine, il genere misterioso; un lago, il genere sognatore. Né manca il genere fantastico, di cui un tempo si ammirava il piú bell’esempio in un giardino del Wurtemberg – basti dire che vi incontravi successivamente un cinghiale, un eremita, parecchi sepolcri; e infine una barchetta che, staccandosi da sé da riva, ti portava in un chioschetto arredato a salottino: invitato da un sofà, ti sedevi e getti d’acqua ne sprizzavano inondandoti.

Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet

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