Foglie morte

Le foglie morte. Si fa presto a dire le foglie morte. Piacciono le foglie morte a tutti quanti. In generale la gente ci gode da matti a camminare sopra un tappeto di foglie morte, gli piace stritolarle sotto le suole, e mentre le disintegra si sente come se fosse il Grande Fratello del Destino. Per questo la gente va volentieri a passeggiare nei boschi novembrini, faggi l’ideale, indugia oziando nel ponte tra i Santi e Morti nei parchi reali, fastoso purpurrì di pregiate essenze cedue, perché dà un facile senso di padronanza, una gratuita suggestione di onnipotenza prendersela con le foglie morte, ascoltare con magnanimo disincanto il frusciare della passata stagione e il delicato suono del suo lamento tenuti ben compressi sotto il peso dell’umana potestà. C’è da dire di certi bambini ancora abbastanza innocenti che non si sentono per niente il Destino e giocherellano amichevolmente con monticelli di foglie dove mettono le mani per trovare certe cose che non sanno dire bene, e quelle foglie chiacchierine non gli sembrano nemmeno del tutto morte. Naturalmente c’è anche il fatto che è un gran sollievo per i piedi di tutti quanti camminare su un morbido tappeto biodegradato. Sì, ma per favore, prendete una foglia, una qualunque, come ora sto facendo con una foglia caduta dal gelso qua davanti, e solo abbiate la cortesia di darle un’occhiata non svagata e supponente; non state tenendo forse in mano una porzione di tale irraggiungibile, ultraumana bellezza da indurvi a costruire un tabernacolo solo per lei?

(Maurizio Maggiani, da La zecca e la rosa)

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